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L'inglese per futuri medici? Solo quando serve

di Marco Trabucchi, Dipartimento di Medicina dei Sistemi, Università di Roma Tor Vergata

Recentemente abbiamo avuto notizia di nuove facoltà di Medicina impostate su insegnamenti condotti in lingua inglese. Apparentemente l'innovazione ha grande significato, perché sembra collocare il nostro Paese nella logica delle grandi istituzioni formative e culturali a livello internazionale. Però è necessario mettere in luce alcuni aspetti critici, per evitare che la dimensione "estetica" o "politica" di queste scelte prevalga su una lettura realistica dei vantaggi che tale impostazione del corso di medicina può raggiungere.

Infatti, da un lato non vi è dubbio che lo studiare in lingua inglese la parte del corso di medicina dedicata alle basi biologiche del sapere (dalla genetica alla biologia molecolare, alla fisiologia ecc.) ottiene un duplice risultato: allena lo studente ad apprendere le informazioni necessarie alla sua formazione, andando direttamente alla fonte delle informazioni stesse, nella lingua inglese che è il linguaggio standard della scienza medico-biologica contemporanea. In questo modo il giovane impara a confrontarsi con i problemi, sviluppando il proprio spirito critico e quindi abbandonando ogni tentazione di provincialismo culturale. D'altra parte lo studio apre al giovane un mondo senza frontiere, perché lo espone ai dibattiti culturali e scientifici a livello planetario, utilissimi anche per la formazione clinica (nonché per l'eventuale mobilità professionale).

Anche lo studio della parte tecnologica della medicina può (deve) essere fatto in lingua inglese, perché la dimensione del rapporto con il paziente è limitata, mentre prevalgono gli aspetti legati all'utilizzazione delle tecnologie, che sono per definizione prodotti di un'industria internazionale che si organizza ed esprime nella lingua appunto dell'internazionalizzazione. Quindi per quanto riguarda le materie chirurgiche e quelle legate alle tecnologie di imaging e interventistiche l'insegnamento in lingua inglese è di grande utilità al fine di permettere scambi a tutti i livelli tra gli utilizzatori e tra questi e le aziende produttrici. In questo modo si formano medici moderni, che agiscono senza problemi a livello internazionale, scambiando informazioni in molte direzioni, che portano al continuo miglioramento dell'attività clinica.

Un atteggiamento del tutto diverso deve essere assunto, invece, per quanto riguarda gli insegnamenti dell'area medica, che vanno dalla medicina interna alle varie specialità (cardiologia, pneumologia, geriatria, neurologia ecc.). Lo statuto culturale di questi insegnamenti è caratterizzato da una forte innovazione sul piano scientifico, che in questi anni è stata vorticosa, anche se forse meno accentuata rispetto a quella delle aree della diagnosi e della chirurgia. Questa, però, deve essere accompagnata dall'esigenza di un'elevata capacità di comprensione della vita del paziente in senso complessivo (il cosiddetto "mondo reale", sempre caratterizzato da una multidimensionalità del bisogno). Pensare quindi di strutturare in lingua inglese anche questa parte del curriculum degli studi medici potrebbe indurre a una disattenzione (prima culturale, e poi anche pratica) verso i problemi della persona ammalata, che - soprattutto se colpita da una malattia cronica - è immersa nei problemi della sua malattia, fino ad arrivare a un'identificazione di fatto tra i ritmi vitali personali e le esigenze imposte dalla patologia. In questi casi l'apprendere le problematiche cliniche in una lingua della realtà permette al futuro medico di essere fin dall'inizio legato alle dinamiche di ogni giorno del suo paziente. Inoltre, in questo modo traduce il linguaggio della scienza medica in un insieme di dati che vengono trasmessi alla persona bisognosa di cure per diventare atti concreti nei diversi ambiti dove si esercita la medicina, con uno sguardo sempre aperto anche alla famiglia e agli altri ambienti di vita.

L'insieme di queste osservazioni permette di affermare che un'impostazione radicalmente innovativa rispetto al passato del curriculum degli studi dovrebbe prevedere l'uso dell'italiano e dell'inglese in momenti specifici. Si arriverebbe così a creare medici realmente del nostro tempo, che è caratterizzato da enormi progressi tecnologici, ma anche da grandi bisogni, che si esprimono in una sofferenza che si deve saper comprendere e interpretare utilizzando gli strumenti migliori per una vicinanza efficace.