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Ciao Francesco

di Roberto Turno

È trascorso un anno, ma potrebbe essere un mese fa, o solo una settimana, o ieri, perfino oggi potrebbe essere. Ci sono dei vuoti che non si riempiono mai, che ci accompagnano in silenzio, che fanno del passato il nostro presente. Ecco, avevamo dato l'addio a Francesco un anno fa. Se n'è andato in silenzio, nel suo stile sempre sobrio ed elegante, in una notte tra la domenica e il lunedì, custodito gelosamente come un tesoro inestimabile dalla sua Daniela e accompagnato dai nipoti e da tutta la sua famiglia.
Francesco Marabotto è stato un grande giornalista, un esempio raro di giornalismo, un cavallo di razza, si diceva un tempo, di quelli che le sue poche righe facevano rumore e ti mettevano sull'avviso. La sua sigla in calce alle notizie della sua Ansa, erano sempre una garanzia di serietà. E che "qui gatta ci cova".
Del resto, spesso mi diceva in un colto romanesco "Robbè, qui non stiamo a pettinare le bambole". E allora ventre a terra, c'era da sudare dietro a qualcosa. Lui se la sudava la giornata, ma la sua Daniela ("Robbè, è tosta") era il faro, e la solidarietà sul campo gli asciugava facilmente la fatica. Anche quando la salute non gli dava tregua. Quella croce fatta con i legni di un barcone di Lampedusa che gli è stata lasciata tra le mani per l'addio, è il simbolo di un uomo. Cristiano col cuore aperto ai non cristiani.
Ecco, un anno è come un giorno in certi casi. È sempre qui con noi, Francesco. Col suo scansare le cineserie dell'informazione di serie e rubacchiona, quella da copia e incolla che oggi fa così tendenza e così poca etica. L'etica, sua stella polare ormai a troppi desueta. Col suo ragionare sempre dalla parte dei perdenti. Col suo sorriso aperto e la battuta pronta. Mai, volgare, sempre incisiva. Ciao Francesco. (r.tu.)