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Italiani più in salute ma sedentari, più depressi e preda delle disuguaglianze Nord-Sud: lo dice l'Istat

Rispetto al 2005 gli italiani vedono migliorare la loro salute fisica, mentre accusano gli effetti della crisi con un peggioramento dello stato di salute mentale, che si traduce soprattutto in casi di depressione a carico per lo più delle donne. Quella italiana, si sa, è una popolazione "vecchia", con gli anziani che scontano sulla propria pelle il gradiente di servizi e assistenza che si ricontra tra Nord e Sud del Paese, tra Regioni con piano di rientro e altre con i conti a posto. Migliora una serie di stili di vita, come l'abitudine al fumo e l'approccio agli screening, ma la sedentarietà continua a pesare come fattore di rischio per l'obesità e per grandi patologie killer. E l'assistenza domiciliare pubblica a persone con limitazioni funzionale (l'11% della popolazione) raggiunge meno del 20% delle famiglie.

E' un caleidoscopio di informazioni tra luci e ombre l'indagine su "Condizioni di salute e il ricorso ai servizi sanitari-2013", condotta tra 2012 e 2013 e presentata oggi al ministero della Salute da Istat e Regione. L'idea è di fornire un'immagine di come sta cambiando la salute degli italiani, dei comportamenti individuali per la tutela della salute e dell'utilizzo dell'assistenza sanitaria pubblica e privata.
La dimensione del campione - circa 120.000 persone, come ricordano dall'Istat - tra i più numerosi in Europa, fornisce una rappresentazione della popolazione residente in ogni singola regione e una serie di stime, anche a livello sub-regionale, per i principali indicatori, fondamentale per la definizione delle politiche di prevenzione e di assistenza sanitaria dei prossimi anni.

I dati. Quella italiana è una popolazione che invecchia, in cui le patologie croniche sono sempre più diffuse. Rispetto al 2005, diminuiscono malattie respiratorie croniche e artrosi - la popolazione che invecchia proviene da esperienze di vita sempre più sane - mentre aumentano tumori maligni, Alzheimer e demenze senili anche perché c'è maggiore capacità di riconoscere le malattie.
Migliora lo stato di salute fisico, peggiora quello mentale rispetto al 2005: quest'ultimo diminuisce in media di 1,6 punti (71,8 controllato per età), in particolare tra i giovani fino ai 34 anni (-2,7 punti), soprattutto maschi, e tra gli adulti di 45-54 anni (-2,6). Un calo ancora più rilevante si registra nell'indice di salute mentale delle persone straniere residenti in Italia; l'indice si riduce in media di 4,7 punti, ma tra le donne straniere la diminuzione è di 5,4 punti.
La depressione è il problema di salute mentale più diffuso e il più sensibile all'impatto della crisi: riguarda circa 2,6 milioni di individui (4,3%), con prevalenze doppie tra le donne rispetto agli uomini in tutte le fasce di età.
Continua a diminuire la quota di persone con limitazioni funzionali, dal 6,1% nel 2000 al 5,5 % nel 2013. Si stima che siano oltre 3 milioni di persone, di cui oltre l'80% anziani e i due terzi donne. Nel Sud e nelle Isole la quota si mantiene significativamente più elevata rispetto alle altre aree territoriali.
Le famiglie con almeno una persona con limitazioni funzionali sono l'11%; di queste, meno del 20% ricevono assistenza domiciliare pubblica. Considerando anche quelle che suppliscono a tale carenze ricorrendo a servizi privati a pagamento, rimane comunque più del 70 % che non usufruisce di alcun tipo di assistenza domiciliare, né privata né pubblica.
Diminuiscono i forti fumatori, ma aumenta la percentuale di adolescenti e giovani donne che iniziano a fumare prima dei 14 anni, passando da 7,6% a 10,5%. È obeso l'11,2% degli adulti, quota in aumento sia rispetto al 2000 (erano il 9,5%), che al 2005 (10%). Nel 2013 solo il 20,6% della popolazione di 5 anni e più pratica un'attività fisica ritenuta protettiva per la salute secondo la definizione dell'Oms: il 25,9% tra gli uomini ed il 15,6% tra le donne.
Aumenta la prevenzione dei tumori femminili rispetto al 2005, grazie alla diffusione dei programmi pubblici di screening. La quota di donne di 25 anni e oltre che si è sottoposta a mammografia, passa dal 43,7% al 54,5% mentre il 73,6% ha effettuato un pap test, con un netto aumento rispetto al 2005 (+9 punti percentuali). Gli incrementi maggiori si registrano tra le donne ultrasessantacinquenni e interessano anche i segmenti di popolazione meno istruita e le residenti nel Mezzogiorno. La prevenzione femminile aumenta anche tra le straniere, che tuttavia non recuperano il gap rispetto alle donne italiane.

Il 7% dei bambini fino a 14 anni consuma un farmaco al giorno, mentre quasi un terzo della popolazione italiana, il 31,1%, consuma regolarmente farmaci durante l'anno,con percentuali leggermente più elevate (32,5%) per le donne. «Il consumo quotidiano dei farmaci aumenta fortemente con l'età - osserva il rapporto - dal 6,9% in età infantile fino a 14 anni al massimo di 30,4% tra gli ultra ottantenni».
L'88,1% dei quasi 120mila intervistati ha assunto farmaci su prescrizione del medico, il 14,6% di propria iniziativa e l'1,1% su indicazione di un'altra persona. La quota di chi assume farmaci di propria iniziativa è massima tra 14 e 25 anni, quasi il 40%, mentre è minima per gli anziani, con 9 su 10 che sopra i 55 anni li prendono solo su prescrizione del medico. Dal punto di vista territoriale, la percentuale di consumatori giornalieri è più alta nel Nord-est (32,8%) rispetto al Sud (30%). Le regioni con il tasso standardizzato più alto di assunzione giornaliera dei farmaci sono Emilia-Romagna, Umbria e Sardegna (dal 32,8% al 33,9%), quelle con il tasso standardizzato più basso sono il Molise, la provincia di Bolzano e l'Abruzzo (tutte sotto il 27%).


Aumentano le persone che ricorrono a visite mediche specialistiche, escluse quelle odontoiatriche (11,9% nel 2005 e 14,8% nel 2013) e diminuiscono le visite dal dentista del 30%.

Si dimezza il ricorso alle terapie non convenzionali rispetto al 2000, da 15,8% a 8,2%. L'uso di rimedi omeopatici scende dal 7% al 4,1% tra il 2005 e il 2013.

Il livello di soddisfazione per i servizi sanitari pubblici è elevato tra chi ne ha fruito (circa 8 su una scala da 1 a 10).

Rimangono invariate le disuguaglianze sociali nella salute, nei comportamenti non salutari, nelle limitazioni di accesso ai servizi sanitari. Permane lo svantaggio nel Mezzogiorno rispetto a tutte le dimensioni considerate.

In particolare, si legge nel rapporto, la relazione tra bassi livelli di status (misurati attraverso il grado di istruzione raggiunto) e le peggiori condizioni di salute (sintetizzate dai principali indicatori di percezione della salute e dalla presenza di malattie o limitazioni funzionali) si rafforza nel 2013». La quota di persone anziane che dichiarano almeno tre malattie croniche aumenta in misura maggiore tra chi valuta le risorse economiche della famiglia scarse o insufficienti, raggiungendo complessivamente nel 2013 il 48,6% (45,8% nel 2005). Le dinamiche delle diseguaglianze differiscono però sul territorio: in alcune regioni del Nord - Liguria, Piemonte, Friuli-Venezia Giulia - si riducono le differenze nella prevalenza di multicronici tra i meno abbienti e le persone in migliori condizioni economiche. In altre regioni tali differenze si riducono perché la prevalenza degli anziani multi cronici aumenta anche tra quanti dichiarano risorse economiche ottime o adeguate (è l'esempio della Campania).