Sentenze

Fecondazione: il tribunale di Cagliari ordina alla Asl di provvedere alla diagnosi preimpianto

di Manuela Perrone


L'accesso alla diagnosi preimpianto è un diritto della coppia che ricorre alla fecondazione assistita e i centri pubblici hanno il dovere di garantirlo, anche attraverso altre strutture, e di trasferire nell'utero soltanto gli embrioni risultati non affetti dalla patologia di cui i genitori sono portatori. Il tribunale di Cagliari, con un'ordinanza del 9 novembre firmata dal giudice Giorgio Latti, ha per la prima volta ordinato a una struttura pubblica di provvedere, accogliendo la richiesta di una coppia cagliaritana - lei malata di talassemia major, lui portatore sano - che si era vista rifiutare i test sugli embrioni dal laboratorio citologico dell'ospedale microcitemico del capoluogo sardo sulla base del presunto divieto contenuto nella legge 40/2004. I coniugi avrebbero potuto rivolgersi a una struttura privata, pagando però 9mila euro a ciclo. Da qui la decisione di adire la magistratura.

Ricostruendo l'ormai corposa giurisprudenza in materia (19 pronunce in otto anni), il giudice ha richiamato innanzitutto il precedente del tribunale di Cagliari (la sentenza del 24 settembre 2007) in cui il diritto alla diagnosi preimpianto veniva fatto discendere direttamente dal diritto al consenso informato e a un'adeguata informazione sullo stato di salute degli embrioni prodotti. Nella stessa direzione era andato pochi mesi dopo il tribunale di Firenze: in entrambi i casi i giudici avevano di fatto disapplicato le linee guida ministeriali allora vigenti, che effettivamente - con un'interpretazione restrittiva della legge - limitavano le indagini sugli embrioni a quelle di «tipo osservazionale».

Era stato poi il Tar (sentenza n. 398/2008) ad annullare proprio in quella parte, tanto che le nuove linee guida emesse nel 2008, tuttora vigenti, hanno cancellato quel paletto. Lasciando però aperti dubbi e ambiguità.

Il tribunale di Cagliari cita inoltre la sentenza n. 151/2009 perché, nel ritenere incostituzionale l'obbligo di produrre al massimo tre embrioni e a impiantarli tutti contemporaneamente, ha riconosciuto al medico la possibilità di valutare il singolo caso «riducendo al minimo ipotizzabile il rischio per la salute della donna e del feto». Nel 2010 il tribunale di Salerno ha ammesso la diagnosi preimpianto anche per le coppie fertili che presentino il rischio di trasmettere malattie gravi e inguaribili.

Alla luce di questa «evoluzione», per il giudice Latti non ci sono dubbi sulla piena ammissibilità della diagnosi preimpianto, «al fine di assicurare la compatibilità della legge 40/2004 con i principi del nostro ordinamento giuridico». Il discrimine da cui non si può prescindere, anche in base alla Convenzione di Oviedo, è sempre uno: il consenso informato. Che si traduce, per la donna, nel diritto a una decisione consapevole in ordine al trasferimento degli embrioni formati o al rifiuto del trasferimento. Lo stesso diritto - nota l'ordinanza - su cui si fonda la legge 194/78 sull'aborto.

Inevitabile a questo punto un cenno anche alla recente sentenza della Corte europea dei diritti dell'uomo , che ha bocciato il divieto di diagnosi preimpianto ritenendolo appunto «incoerente» con l'ordinamento italiano in materia.

Il verdetto finale è quanto mai chiaro: i coniugi hanno il diritto a ottenere l'esame clinico e diagnostico sugli embrioni e il trasferimento in utero solo degli embrioni sani o portatori sani di talassemia. L'Asl 8 di Cagliari e l'ospedale microcitemico devono eseguire la diagnosi oppure farla erogare in maniera indiretta. Che, a quanto pare, è la strada che percorreranno. «Come prospettato dal giudice, l'azienda - recita una nota della Asl - non può a livello normativo garantire l'assistenza diretta presso le proprie strutture - come in nessun'altra struttura pubblica in Italia - ma garantirà l'assistenza indiretta sostenendo gli oneri necessari per l'effettuazione degli esami presso un centro specializzato in Italia».

Una lettura diversa in verità da quella che offre il giudice, secondo cui nella legge 40 non è rinvenibile un "alt" diretto e netto alla diagnosi preimpianto. «Con questa ordinanza - sottolinea Filomena Gallo, avvocato e segretario dell'associazione Luca Coscioni, che assiste la coppia con Angioletto Calandrini - è ristabilita l'equità dell'accesso alle cure». Prevedibile la riesplosione della querelle politica sulla legge. Con Pd e Italia dei Valori che chiedono a gran voce di riscriverla.