Sentenze

Cassazione: il medico «violento» può restare nell'Albo

Una condanna per violenza sessuale, avvenuta in ambito privato, per quanto grave, non è ragione sufficiente per espellere un medico dalla professione. Il requisito della buona condotta o similari deve essere apprezzato con rigore e alla luce di una verifica funzionale, indagando l'effetto della condotta sullo svolgimento delle attività esercitate dal medico, rispetto alle quali la valutazione si pone come prodromica.

Con questa motivazione, la II sezione civile della Cassazione, con sentenza n. 1171/2014, depositata il 21 gennaio, ha accolto il ricorso del medico, con rinvio alla Commissione centrale per gli esercenti le professioni sanitarie per una nuova valutazione.

Secondo la cassata pronuncia della Commissione centrale, il principio discenderebbe dall'art. 2 della legge n. 897/1938, secondo cui coloro che non abbiano una specchiata condotta morale e politica non possono essere iscritti agli albi. La Suprema Corte ha respinto questa equazione, distinguendo il caso di condanna penale derivata dal fatto proprio della professione da quello di condanne penali che derivino da fatti della vita privata.

In particolare, afferma la Corte, non potranno essere valutate condotte che, per loro natura o occasionalità o per la loro distanza nel tempo o per altri motivi, non appaiono ragionevolmente suscettibili di incidere in modo attuale sulla affidabilità, in relazione alla specifica funzione ricoperta dal medico sottoposto a sanzione disciplinare. In questo caso, affermano i Supremi Giudici, la Commissione deve seguire i princìpi contenuti nei precedenti della Corte costituzionale n. 311/1996 e n. 329/2007, secondo cui le condotte private devono essere valutate con estremo rigore e ponderatezza, indicando in modo preciso le ragioni per le quali abbiano incidenza attuale sull'affidabilità del professionista. In assenza di motivazione, l'espulsione dalla professione per fatti privati si tramuterebbe in una indebita sanzione extralegale.

In sostanza, non basta che un fatto sia significativo in astratto: è necessario verificare se sia anche significativo dell'opportunità che quel soggetto eserciti una determinata mansione o professione. Anche l'interdizione dai pubblici uffici, di per sé, non è preclusiva dello svolgimento di una professione in modo perpetuo.

La Commissione centrale dovrà ora colmare il difetto di motivazione spiegando le ragioni per cui un medico che in ambito privato abbia commesso un abuso sessuale contro una persona sia ragionevolmente inidoneo a svolgere la professione, calando la motivazione nella specifica attività e ambito professionale del sanitario sottoposto a procedimento disciplinare.