Europa e Mondo

La ricerca svedese: sanità Italiana sotto metà classifica. La Calabria ultima. E il Sud affonda

di Flavia Landolfi e Roberto Turno

Hanno preso 18 Paesi europei e li hanno messi a confronto, classificando tutte e 172 le regioni che li compongono. E l'amara verità per l'Italia è venuta a galla senza pietà: siamo decimi per la qualità della nostra sanità pubblica, undicesimi per i «particolari vantaggi» del Ssn, addirittura tredicesimi per l'equità nell'offerta dei servizi. Italia delle cure pubbliche sotto la metà classifica, insomma. Ma c'è di più, e di peggio. Nel ranking tra le 172 regioni europee piantiamo le bandierine (nere) da vergogna: Calabria ultima (172° posto) per i «particolari vantaggi» della sua offerta, terzultima (170ma) sia per qualità che per equità. E a far corona già giù nel ranking, ecco il Molise, la Campania, la Sicilia, la Puglia. Piazzate negli ultimi 15 posti della graduatoria. Sempre loro, regioni in asfissia da maxi debito e da tagli che tagliano anche le cure ai loro cittadini. Un Sud della sanità che preoccupa sempre più.
Il Sud che affonda. I dati sono stati ri-presentati ieri al Cnel in occasione del consueto briefing annuale sulla qualità dei servizi delle pubbliche amministrazioni. A far da cornice l'analisi 2012 dell'università svedese di Goteborg sulla qualità della sanità in Europa. Ben 18 i Paesi europei coinvolti nello studio con le loro 172 regioni, esclusi i 9 (Cipro, Estonia, Finlandia, Irlanda, Lettonia, Lituania, Lussemburgo, Malta e Slovenia) che non hanno fornito alcuna informazione anche a livello regionale. Un'analisi impietosa. Da cui l'Italia nel complesso si piazza con sempre più fatica nella parte medio-bassa della graduatoria. Ma con un grappolo sempre più consistente di regioni che pericolosamente affondano. Tutto il Sud, in pratica. Più il Lazio.
L'equità perduta e Bolzano leader. Solo Bolzano guadagna stellette da (quasi) prima della classe: addirittura nona per la qualità, ma 22ma per i «vantaggi» che offre e poi però più in giù ancora, 50ma, per equità. Buoni (o medi) posti che conquistano in genere le regioni piccole del nostro Nord, con le grandi che soffrono di più. Anche le nostre eccellenze lombarde, emiliane, toscane, venete. Insomma, una foto di gruppo che per tanti versi conferma quello che gli italiani sanno, sulla loro pelle. Con quel gap dell'equità che ormai sta diventando il rovello e il rischio che sempre più si corre per la tenuta della sanità pubblica. Messa in ginocchio dai tagli (e dagli sprechi) miliardari di questi anni e dalla cura insostenibile della spending review targata prima Giulio Tremonti, poi Mario Monti.
Comportamenti da cambiare. Va cauta, ma non troppo, Carla Collicelli, vice direttore della Fondazione Censis, in un commento riservato in esclusiva al settimanale «Il Sole 24-Ore Sanità» in uscita la prossima settimana (www.24oresanita.com): «I risultati dello studio svedese, che si basano su indagini condotte su campioni regionali di cittadini, risentono sicuramente delle difficoltà di simili confronti, ma attirano utilmente l'attenzione su due aspetti: da un lato l'opacità delle misurazioni, dall'altro l'importanza dei fattori qualitativi e degli indicatori soggettivi per individuare i problemi da affrontare». In poche parole, aggiunge Collicelli, la ricerca dell'università svedese punta l'indice sulla «necessità di agire sui comportamenti e sulle scelte di dirigenti e operatori nel lavoro quotidiano». Non solo, dunque, sugli effetti dei tagli e sui valori economici della produzione.
La conferma del Censis. E del resto le stesse elaborazioni del Censis relative agli indicatori di performance sanitaria a livello regionale, confermano il grave stato di sofferenza nel quale versa il "Sud sanitario" in particolare nelle regioni commissariate e sotto tutela per i loro deficit. Proprio quelle che l'analisi dell'università di Goteborg ha bocciato. ««Non ci sono segnali di miglioramento – spiega Collicelli – nelle regioni nelle quali interventi do controllo della spesa e di riorganizzazione sono stati attuati, anche recentemente, con i piani di rientro e la spending review». Tra stato di salute, assenza/presenza di cronicità, attrazione da fuori regione, soddisfazione dei cittadini, offerta per la disabilità, modernizzazione del sistema, la classifica del Censis è sempre quella: tutto il Sud sanitario naviga in acque tempestose. E la Calabria, per fare il paio con la ricerca svedese, resta sempre nel fondo.
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