Lavoro e professione

Farmacie, Medici di famiglia e oncologi contro le liberalizzazioni. Coro di no dall'Ipasvi a Federanziani

Medici di famiglia, oncologi, otorini, infermieri e associazioni della Terza età. E' un coro di no all'ipotesi di liberalizzazione delineata dal ddl concorrenza del Ministero dello Sviluppo economico , che secondo la bozza da noi anticipata prevede più farmacie (abbassando il tetto degli abitanti) e toglie loro l'esclusiva sui farmaci di fascia C (a carico del cittadino).

I medici di famiglia (Fimmg) si dicono «preoccupati per l'ipotesi liberalizzazione farmacie, soprattutto per lo spostamento di risorse sanitarie dalla rete dei professionisti a quella commerciale». Lo dichiara il segretario nazionale della Fimmg, Giacomo Milillo. «Il mondo delle professioni - aggiunge - presenta un cronico deficit di finanziamento e le liberalizzazioni comporterebbero un netto peggioramento della situazione. Se vogliamo mantenere un Ssn degno di questo nome non possiamo permetterci l'indebolimento dei professionisti della sanità. Non servono tagli, servono investimenti».

Contro il Ddl scende in campo anche l'Associazione italiana di oncologia Medica (Aiom). «I farmacisti italiani - spiega il presidente Carmine Pinto - rappresentano da anni un reale punto di riferimento per tutti i cittadini e i pazienti di questo Paese. Sono presenti capillarmente su tutto il territorio nazionale e offrono un presidio realmente importante. Per questo riteniamo critica e non adeguata per la realtà italiana la liberalizzazione della vendita dei farmaci di fascia C in altre strutture».

A non convincere è l'ipotesi di aprire la vendita dei farmaci di fascia C anche agli ipermercati. «Il farmaco, anche quello in fascia C, svolge un ruolo spesso essenziale, che non va banalizzato e va gestito da farmacisti - spiega il presidente - proprio per evitare una possibile assunzione non controllata e talora con informazioni non sufficienti su un farmaco. Non dobbiamo dimenticare poi che i maggiori consumatori sono le persone anziane, oltre 12 milioni nel nostro Paese. Sono i pazienti più fragili che molto spesso devono assumere più farmaci insieme perché colpiti da più patologie croniche, talora anche in concomitanza con terapie orali oncologiche. E molti sono anche pazienti che sono riusciti a sconfiggere il cancro. Proprio per questo il farmaco in fascia C va distribuito in strutture con personale sanitario. Anche per noi come Aiom, infatti, il farmacista rappresenta un alleato importante che dovrebbe essere ulteriormente valorizzato proprio quando, grazie ai progressi della ricerca, stiamo rendendo croniche molte patologie oncologiche».

Contrari alla liberalizzazione anche gli otorini. «I farmaci in fascia C devono essere venduti esclusivamente in farmacia. Le previste liberalizzazioni - sottolinea Giuseppe Spriano, presidente nazionale della Società Italiana di Otorinolaringologia e Chirurgia Cervico-Facciale (SIOeChCf) - rischiano di creare confusione e di banalizzare l'utilizzo di un farmaco che invece rappresenta una atto medico importante. Come otorino ci occupiamo di patologie che coinvolgono il bambino, l'adulto e l'anziano e che trovano nelle terapie un validissimo ausilio. Il rischio però spesso è di abuso e sottovalutazione degli effetti collaterali. Il farmacista è un professionista laureato in grado di consigliare il paziente e di fornire, se richiesto, un consiglio tecnico importante. Questo vale soprattutto nei piccoli centri dove la farmacia rappresenta un vero e proprio presidio sanitario che va difeso e valorizzato. I risparmi nella sanità - sottolinea Spriano - vanno cercati altrove, e tutti noi siamo pronti a fare la nostra parte, ma non bisogna adottare misure che rischiano di creare disorientamento, soprattutto in quella fascia di popolazione come gli anziani che, oltre al medico, possono trovare nel farmacista un valido ausilio».


Riflessione critica dagli infermieri: dal farmacista un sostegno informativo essenziale. «Abbandonare la strada del sostegno informativo e della capacità di compliance del cittadino - sottolinea la senatrice e presidente della Federazione dei Collegi Ipasvi, Annalisa Silvestro - potrà produrre, forse, del risparmio, ma potrebbe produrre ben altri impatti (e quindi costi) sul mantenimento di un buon equilibrio di salute dei cittadini».

«Liberalizzare e ampliare l'orizzonte della concorrenza - aggiunge - è un meccanismo che ha portato nel tempo a livellare prezzi e spese dei cittadini per molti generi diretti al pubblico, non c'è dubbio, ma la salute non è un bene che si può ‘livellare', né può scendere al di sotto di determinati indici di qualità e di sicurezza. E ancora meno può essere lasciata alla libertà spesso poco informata di chi non si deve occupare di curarla, ma solo di stare meglio, il cittadino» .

«Il farmacista è il professionista che può guidare il fai-da-te del paziente sicuramente in modo più preciso e immediato - conclude Silvestro - essendo quello che deve dispensare il farmaco proprio e anche per tenerne sotto controllo l'uso corretto e non l'abuso. Per questo credo sia più che opportuna una ulteriore riflessione anche perché, purtroppo, il livello di educazione sanitaria oggi nella comunità è quasi assente. Non a caso una scelta a suo tempo fatta del Governo è stata quella di prevedere nelle nuove e moderne "farmacie dei servizi" il contatto con gli infermieri: per rispondere al meglio ai bisogni dei cittadini attraverso un riferimento professionale competente, per garantire la tutela della loro salute, perché non siano lasciati a se stessi e all'improvvisazione».

Fedranziani ribadisce il suo secco «no» alle liberalizzazioni. La Federazione delle associazioni della Terza età è pronta a scendere in piazza per difendere le farmacie rurali. Per Federanziani liberalizzare questo mercato significherebbe infatti «costringere le 7.000 farmacie rurali a chiudere, lasciando, così, interi territori completamente abbandonati!». Le farmacie rurali, ricorda la Federazione, dispensano farmaci e assicurano servizi di tutela della a 10 milioni di persone, di cui un terzo anziani, che da un giorno all'altro rischiano di ritrovarsi soli sul territorio, privi del loro unico presidio sanitario.

In Italia vi sono 8.092 comuni, il 70% dei quali sono piccoli comuni rurali. 5.683 comuni hanno una media di 1.823 abitanti, per un totale di 10 milioni di abitanti. Gli anziani che vivono in questi piccoli centri sono mediamente il 25% della popolazione, con punte del 30%. In questi comuni lavorano circa 7.000 farmacie rurali, di cui 3.500 sussidiate, ovvero finanziate da noi cittadini, con le nostre tasse, affinché non chiudano e restino sul territorio.

«Queste farmacie non si limitano a dispensare farmaci - spiega Federanziani - ma svolgono un fondamentale ruolo di consulenza verso il paziente, ed erogano servizi e prestazioni fondamentali: eseguono prelievi del sangue, misurazioni della pressione, elettrocardiogrammi, esami a domicilio, e sono disponibili H24 per prestare soccorso.
In territori come questi, in caso di urgenza, i malati devono percorrere tra i 20 e i 40 chilometri di strade e stradine per arrivare al più vicino pronto soccorso. Per fortuna ci sono le farmacie rurali, che in caso di emergenza hanno il defibrillatore e salvano vite!».