Aziende e Regioni

ANALISI Quale cura per le aziende sanitarie pubbliche: l'esempio del Lazio

Attenzione alle graduatorie tra aziende ospedaliere e Policlinici. Specie in una Regione come il Lazio in cui le differenze gestionali sono il vero discrimine tra i risultati.

Questa la premessa che ha portato Aldo Morrone, direttore generale dell'azienda ospedaliera San Camillo-Forlanini di Roma, una delle più grandi d'Italia e Norberto Cau, responsabile Rsa Cgil dirigenti Laziosanità-Asp, a compiere un'analisi - pubblicata su Il Sole-24 Ore Sanità n. 28/2013 - delle differenze tra le due tipologie di struttura e delle possibili azioni per rendere competitive le Ao pubbliche.

Lasciando "fuori" dal confronto però nella Regione il Policlinico Gemelli che ha uno stato giuridico privato: «Il raffronto - scrivono gli autori - non sembra coerente: troppo diverse le modalità di gestione, in piena autonomia per il policlinico cattolico e senza quei vincoli legislativi, pesantissimi, che invece legano i direttori generali delle aziende ospedaliere pubbliche. Come è noto, i Dg delle aziende laziali non hanno alcuna autonomia sui fattori che incidono maggiormente sul bilancio. Non sul personale, non sui beni e servizi, non sulla programmazione della quantità e tipologia dei posti letto».

L'esempio su cui si basa l'analisi per indciare possibili soluzioni è quello del San Camillo. Per rendere percorribili ed efficaci azioni di riorganizzazione, rilancio e risanamento economico di un'azienda ospedaliera come il San Camillo-Forlanini di Roma, è necessario mettere in campo, prioritariamente strumenti operativi, in gran parte innovativi, condivisi e indicati dalla Regione, che consentano alla direzione dell'azienda di intervenire in modo mirato nei seguenti settori:

a) attrarre risorse attraverso sperimentazioni gestionali e acquisizione di progetti, sia di ricerca che di cooperazione o altro; questa è una politica che va implementata con il sostegno attivo della Regione, anche perché tali risorse sono esenti dai vincoli del Piano di rientro. In questo ambito particolare rilievo possono assumere i progetti di cooperazione internazionale in ambito sanitario, non solo per l'oggettivo valore aggiunto (oltre quello proprio sulla salute) di pacificazione che possono produrre nelle aree critiche della sponda Sud del Mediterraneo, dove operatori delle aziende della Regione Lazio sono impegnati (vedi a. es. Egitto, Libano e Libia), ma anche verso il Nord e, soprattutto, l'Est Europa, alla luce della prossima applicazione della direttiva 24/2011 sulla libera circolazione dei pazienti e quindi i problemi di mobilità internazionale che si porranno, anche in termini di possibile acquisizione di risorse (se saremo in grado di generare un saldo attivo di mobilità in questo ambito);

b) la gestione del personale è lo strumento maggiormente strategico. È necessario ringiovanire notevolmente la dotazione di personale, in particolare relativa ai profili sanitari. Attualmente siamo di fronte a una carenza non tanto in termini assoluti di personale, quanto in termini "funzionali". Infatti esiste una grave criticità legata alla presenza di un rilevantissimo numero di lavoratori del ruolo sanitario oggetto di prescrizioni sanitarie che ne limitano il pieno utilizzo nelle turnazioni e nelle mansioni proprie a livello dei reparti ospedalieri. Tale situazione determina in una azienda ospedaliera, dove è molto limitata la possibilità di ricollocazione in ambito ambulatoriale, una situazione paradossale di carenza di personale all'interno delle corsie e un eccesso in ambito ambulatoriale.
Diverse misure potrebbero essere adottate, per acquisire nuove risorse umane, pur nell'attuale situazione di blocco del turn-over:
1. si potrebbe procedere a una mobilità del personale con prescrizioni alla normale attività di servizio in eccesso, prima volontaria e solo successivamente d'ufficio, verso le aziende territoriali di residenza, o verso attività territoriali nuove, come quelle richieste di assistenza presso le Rsa al Forlanini; in questo aiuta enormemente la previsione contenuta nel combinato disposto nell'ultimo comma (8) dell'articolo 1 della legge 189/2012 e dall'articolo 4-bis della medesima legge; [per es. su 500 infermieri "prescritti" che escono dalla azienda in mobilità, il 15% di turn-over previsto per le Regioni con Piano di rientro dalla Legge sopra citata - art. 4-bis - porterebbe alla possibilità di assumere 75 nuovi infermieri].
2. si potrebbe utilizzare, estendendone l'applicazione da parte del commissario, con un decreto ad hoc, alle aziende che ne facessero richiesta, la norma della spending review relativa agli esuberi valutando, per il personale medico, se in seguito alla riorganizzazione prevista per alcune discipline emerga una tale situazione e, conseguentemente, procedere al pensionamento per chi ha i requisiti previsti dalla normativa precedente all'ultima riforma Fornero;
3. utilizzare l'articolo 1, comma 23-bis, del Dl 138/2011, convertito nella legge 148/2011, per trasformare il costo delle prestazioni aggiuntive e degli straordinari in numero di posti equivalenti in deroga al blocco del turn-over.

L'applicazione di tutto questo però dovrebbe trovare, secondo gli autori, a livello regionale una modalità flessibile nel senso di non impedire in modo assoluto la possibilità di nuove assunzioni, bensì utilizzare questo strumento da un lato per ridurre seccamente i costi e, dall'altro, per consentire che una quota parte dei risparmi venga investita in assunzione di giovani professionisti. Tra l'altro, aggiungono, il semplice "scambio" tra un posto ricoperto da operatore neoassunto e quello ricoperto da un operatore con 40 anni di contributi o con i requisiti delle vecchie quote pre riforma Fornero produce risparmi notevoli quantificabili mediamente in un pro capite annuo di 2.500 euro per infermiere professionale e di 30.0000 euro per un medico.

La riduzione del costo del personale dal livello ospedaliero e il suo trasferimento a livello distrettuale determinerebbe anche un travaso di costi dall'uno all'altro dei due diversi livelli assistenziali rispondendo, così, anche a uno degli obiettivi fondamentali per la Regione posti dal Patto della salute e del Piano di rientro che da sempre la Regione Lazio non ha rispettato e per la quale è stata dichiarata inadempiente.

«I dati comunque - concludono gli autori - vanno letti nel contesto e le differenze evidenziate servono a dare lo spunto per ulteriori approfondimenti e non possono essere certo assunte acriticamente e utilizzate per decisioni precipitose. Per questo abbiamo unito alla critica anche proposte concrete che non disconoscono il problema, ma anzi se ne fanno carico, in modo da non essere annoverati tra quelli che, tra dubbi e scuse, non vogliono mettere in discussione posizioni comunque indifendibili».

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