Aziende e regioni

Oasi 2013: la spesa privata è per i ricchi

Le famiglie italiane hanno speso nel 2011 di tasca propria 28 miliardi per la salute, il 4% della spesa complessiva. Ma non per compensare carenze del servizio pubblico. A scattare la fotografia della spesa sanitaria privata è il Rapporto Oasi 2013 sul Sistema sanitario italiano, presentato alla Bocconi dal Cergas lo scorso 20 gennaio (v. Il Sole-24 Ore Sanità nn. 2 e 3/2014).

Secondo il rapporto è la classifica delle Regioni in cui si spende di più per le cure private a dimostrare che l'out of pocket non è sinonimo di emergenza sanitaria: nelle primissime posizioni ci sono il Trentino Alto Adige con 707 euro pro capite nel 2011, il Veneto (666 euro), il Friuli Venezia Giulia (588 euro), l'Emilia-Romagna (564 euro) e la Lombardia (556 euro). Servizi sanitari regionali che difficilmente potrebbero essere considerati come i peggiori nel contesto nazionale, commenta il rapporto.

Se si mette tuttavia sotto la lente la spesa sanitaria privata delle famiglie - intesa come la quota di beni e servizi interamente a carico del cittadino fruitore - emerge secondo Oasi l'esistenza di forti divari tra le Regioni. Differenze dovute non tanto, come comunemente si sostiene nei dibattiti sul tema, alla qualità dell'offerta pubblica, quanto al reddito di cui dispongono le famiglie.

La dimensione familiare e l'età sembrano spiegare i diversi livelli di spesa sanitaria e, quindi, le differenti scelte di allocazione di risorse all'interno del portafoglio di spesa disponibile. In particolare, la spesa sanitaria media pro capite aumenta con l'età della persona di riferimento e diminuisce con il numero di figli.

Un dato «medio» che potrebbe anche derivare dal fatto che al Sud, dove i redditi sono mediamente più bassi, vi è una maggiore incidenza di famiglie con più di 2 figli, circa il 25% della popolazione meridionale, mentre al Nord, l'incidenza è di circa il 15%. Una seconda spiegazione viene dalla «propensione a spendere per sanità», calcolata come rapporto tra la spesa sanitaria e la spesa generale delle famiglie, che si riduce all'aumentare del numero dei figli. «Alla base di tale diminuzione - spiegano gli esperti del Cergas - potrebbe esserci ancora una volta il reddito, se si assume che la spesa sanitaria si comporta come un bene di lusso e che le tipologie familiari con più di due figli hanno redditi sotto la media».

I trend però si diversificano ulteriormente all'interno del «paniere». Dalla «visita dal dentista» (5,47 miliardi), che ha un andamento palesemente in linea con i «beni di lusso», alla spesa per «medicinali» (12,8 miliardi di euro), più simile nelle dinamiche del budget familiare alla spesa per beni primari (la spesa privata rappresenta il 20% della spesa sanitaria totale).

È interessante notare, si legge nel rapporto Oasi, che il 26% dei consumi privati per servizi sanitari alimenta il circuito pubblico, sia attraverso il copayment (ticket), sia attraverso l'intramoenia. Il rimanente 74% dei consumi per servizi sanitari è in gran parte legato alla spesa per dentisti (5,4 miliardi di euro, che rappresenta il 60% dei consumi per servizi sanitari della componente privata). I beni (prodotti farmaceutici, altri prodotti medicali, attrezzature e apparecchi terapeutici) rappresentano una voce importante, pari al 56% sulla spesa sanitaria privata complessiva, di cui in questo caso solo l'8% confluisce nella componente pubblica. Un intreccio di interazioni che rende sempre più problematica la ricerca di una governance adeguata. A queste voci si aggiungono poi la spesa per le assicurazioni private (1,33 miliardi) e quella per l'assistenza a disabili anziani non autosufficienti (1,49 miliardi).