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Assistenza pubblica alle vittime di tortura, inapplicate le Linee guida della Salute. Il «j'accuse» di Msf e la best practice di Palermo

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24 Esclusivo per Sanità24

A quasi cinque anni dalla loro pubblicazione, le Linee Guida sull’assistenza e la riabilitazione delle vittime di tortura rimangono perlopiù inapplicate su gran parte del territorio nazionale. Per le persone sopravvissute a violenza intenzionale che vivono e risiedono in Italia mancano spesso adeguati servizi pubblici di assistenza. È quanto rileva Medici Senza Frontiere (Msf) sulla base del nuovo rapporto di "Attuazione delle linee guida per assistenza e riabilitazione delle vittime di tortura e altre forme di violenza: mappatura e analisi" , presentato a Roma. Tra i migranti, i richiedenti asilo e i rifugiati che vivono nel nostro paese, molti hanno subito torture o altri trattamenti inumani e degradanti nel loro paese d’origine o durante il loro viaggio verso l’Europa. Esperienze - sottolineano da Msf - che lasciano segni visibili e invisibili, al livello fisico e psicologico, spesso difficili da far emergere.
Le Linee Guida sono state elaborate dal ministero della Salute per supportare il sistema sanitario nella loro individuazione precoce e in una presa in carico efficace attraverso interventi appropriati e uniformi su tutto il territorio nazionale. Ad oggi le uniche regioni che hanno formalmente recepito la normativa con propri provvedimenti sono Lazio, Piemonte e Toscana, mentre in altre - come Sicilia, Veneto, Emilia-Romagna o Lombardia - si riscontrano esperienze virtuose dove sono spesso le organizzazioni del privato sociale in collaborazione con le realtà sanitarie territoriali a fornire questi servizi ai migranti vulnerabili.
«I bisogni delle persone vittime di violenza intenzionale sono complessi e richiedono un approccio di cura che possa tener conto non solo del percorso di recupero psicologico ma anche della dimensione sociale, storica e politica. Questo significa creare le condizioni affinché le persone vulnerabili possano vivere in maniera dignitosa e individuare adeguatamente i bisogni di cui si fanno portatori - dichiara Silvia Mancini, responsabile affari umanitari di Msf -. Un percorso efficace di riabilitazione e cura non è solo un diritto garantito delle persone che hanno vissuto traumi e violenze estreme, ma anche la necessaria premessa per la loro integrazione».
Tra gli elementi imprescindibili di una adeguata presa in carico, vi sono l’integrazione della mediazione culturale, nella sua accezione più completa, il rilascio della certificazione medico-legale e la compresenza di professionalità diverse, che con approcci integrati e coordinati rispondano ai complessi bisogni di questi pazienti, bisogni che spesso non sono limitati al solo ambito sanitario, ma coinvolgono anche la sfera sociale e quella legale.
L’esperienza: a Palermo l’ambulatorio per i sopravvissuti a violenza intenzionale
Negli ultimi anni Msf ha avviato diversi interventi in questo ambito specifico, a livello internazionale come anche in Italia. Attualmente Msf gestisce a Palermo, in collaborazione con l’Azienda Sanitaria Provinciale (Asp), il Dipartimento Promise dell’Università di Palermo, il Centro Astalli e Cledu, un ambulatorio specialistico per la riabilitazione di migranti e rifugiati sopravvissuti a violenza intenzionale e tortura. Il progetto, nato a febbraio 2021 e rivolto a uomini, donne e minori non accompagnati, si avvale di un’équipe interdisciplinare che affronta in modo coordinato e integrato le problematiche psicologiche, mediche, sociali e legali degli assistiti. Il progetto coinvolge partner pubblici e del terzo settore e mira a costruire una collaborazione sostenibile ed efficiente, ottimizzando le risorse disponibili sul territorio.
«Nell’ambulatorio offriamo servizi che vanno dalla psicoterapia alla medicina generale, dall’assistenza sociale a quella legale. I mediatori interculturali sono parte integrante del percorso di riabilitazione e della nostra relazione con i pazienti - spiega Edmond Tarek Keirallah, coordinatore MSF del progetto di Palermo -. La sfida più grande è far emergere il vissuto di queste persone. Spesso si rivolgono a noi per altri servizi, come l’assistenza legale, e scopriamo che hanno alle spalle storie terribili di violenze e abusi». A oggi il progetto di Palermo ha raggiunto più di 750 persone attraverso attività di sensibilizzazione e promozione della salute e preso in carico 78 pazienti. Attualmente 33 persone stanno seguendo un percorso riabilitativo presso l’ambulatorio.


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