In parlamento

Draghi al Senato: "Sono qui perché lo hanno chiesto gli italiani, siete pronti a ricostruire il patto di fiducia?" Ma FI-Lega e M5S si sfilano. Italia verso il voto in autunno

di Er.Di. e B.Gob.

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24 Esclusivo per Sanità24

«Sono qui oggi perché lo hanno chiesto gli italiani e domando, a voi parlamentari e partiti, se siete pronti a ricostruire un nuovo patto di fiducia, sincero e concreto, come quello che ci ha permesso finora di cambiare in meglio il Paese». Il premier Mario Draghi con il suo discorso delle 9.30 di mattina all'aula del Senato si rivolge alla "maggioranza di unità nazionale" che ha appoggiato il governo fin da sua nascita ma che pian piano è venuta meno, fino al mancato voto di fiducia sul decreto Aiuti da parte del Movimento 5 Stelle. Non conferma le dimissioni, presentate e respinte dal presidente della Repubblica, ma pone le condizioni per continuare il lavoro svolto fin qui che ha nelle emergenze economiche, sanitarie e belliche le priorità. «Serve un governo che sia davvero forte e coeso - scandisce Draghi - e un Parlamento che lo accompagni con convinzione, nel reciproco rispetto dei ruoli. All'Italia non serve una fiducia di facciata, che svanisca davanti ai provvedimenti scomodi».
Non sa ancora che, al termine di una giornata convulsa e drammatica, la sua maggioranza sarà definitivamente spezzettata: alla fiducia posta sulla 'mozione Casini' - "Udite le comunicazioni del premier si approva" - corrispondono la rezione di Lega e Forza Italia di lasciare l'Aula, e la scelta dei senatori 5 Stelle di restare ma di non partecipare, neanche loro, al voto. Pd, Italia Viva, Leu, Autonomie e Insieme per il futuro annunciano invece il voto a favore. Il premier ottiene con 95 sì la fiducia: i presenti in Aula sono stati 192, i votanti 133 e la maggioranza era dunque fissata a 67 voti. La fiducia è passata anche se non è stata superata l'asticella della maggioranza assoluta che a Palazzo Madama è di 161 voti. In ogni caso, la maggioranza che sosteneva il presidente del Consiglio non c'è più. Sfarinata la compagine di Governo, l'ipotesi più probabile è il voto in autunno.

L'inizio giornata. Il premier Mario Draghi in Senato porge una mano alla "maggioranza di unità nazionale" che ha appoggiato il governo fin da sua nascita ma che pian piano è venuta meno, fino al mancato voto di fiducia sul decreto Aiuti da parte del Movimento 5 Stelle. «Colpito dagli appelli dei sindaci e del personale sanitario, gli eroi della pandemia, verso cui la nostra gratitudine collettiva è immensa».
La domanda di stabilità arrivata da cittadini, continua il premier nelle sue Comunicazioni al Parlamento, «impone a noi tutti di decidere se sia possibile ricreare le condizioni con cui il Governo può davvero governare. È questo il cuore della nostra discussione di oggi. È questo il senso dell'impegno su cui dobbiamo confrontarci davanti ai cittadini».
Due gli appelli che hanno colpito Draghi: quello dei sindaci e del personale sanitario. A loro e a tutti gli italiani "occorre dare risposte". «La mobilitazione di questi giorni da parte di cittadini, associazioni, territori a favore della prosecuzione del Governo è senza precedenti e impossibile da ignorare - afferma Draghi -. Ha coinvolto il terzo settore, la scuola e l’università, il mondo dell’economia, delle professioni e dell’imprenditoria, lo sport. Si tratta di un sostegno immeritato, ma per il quale sono enormemente grato. Il secondo è quello del personale sanitario, gli eroi della pandemia, verso cui la nostra gratitudine collettiva è immensa».
Poi, le ragioni della scelta di giovedì scorso di rassegnare le dimissioni, respinte dal Capo dello Stato che lo aveva rinviato al Parlamento, da cui una sfiducia esplicita non era arrivata. «Non votare la fiducia a un governo di cui si fa parte è un gesto politico chiaro, che ha un significato evidente. Non è possibile ignorarlo, perché equivarrebbe a ignorare il Parlamento - spiega Draghi -. Non è possibile contenerlo, perché vorrebbe dire che chiunque può ripeterlo. Non è possibile minimizzarlo, perché viene dopo mesi di strappi ed ultimatum». Insomma, l'unica strada, aveva detto Draghi, «se vogliamo ancora restare insieme, è ricostruire da capo questo patto, con coraggio, altruismo, credibilità». In serata, la constatazione quasi "plastica" della mancanza di condizioni minime per ricostruire il patto di Governo.
Tra le misure adottate dall'Esecutivo in questi mesi, oltre al rispetto dei tempi sul Pnrr che hanno permesso all'Italia di incassare oltre 67 miliardi, l'avvio della riforma fiscale e della giustizia, il premier ha ricordato ieri «le misure di contenimento sanitario, la campagna di vaccinazione, i provvedimenti di sostegno economico a famiglie e imprese, grazie ai quali siamo riusciti a superare la fase più acuta della pandemia, a dare slancio alla ripresa economica».
Quattro le priorità elencate dal premier Draghi, quando ancora sembrava possibile "ricucire". Il primo è Il Piano nazionale di ripresa e resilienza: «È un’occasione unica per migliorare la nostra crescita di lungo periodo, creare opportunità per i giovani e le donne, sanare le diseguaglianze a partire da quelle tra Nord e Sud. Entro la fine di quest’anno, dobbiamo raggiungere 55 obiettivi, che ci permetteranno di ricevere una nuova rata da 19 miliardi di euro». Accanto al Pnrr, «c’è bisogno di una vera agenda sociale, che parta dai più deboli, come i disabili e gli anziani non autosufficienti». E ancora: «Ridurre il carico fiscale sui lavoratori, a partire dai salari più bassi, è un obiettivo di medio termine. Questo è un punto su cui concordano sindacati e imprenditori». Una nuova politica energetica, infine: «Il vertice di questa settimana ad Algeri conferma la nostra assoluta determinazione a diversificare i fornitori, spingere in modo convinto sull’energia rinnovabile». «Ma ci sono altri impegni - aveva sottolineato - che l’esecutivo vuole assumere che riguardano, ad esempio, la riforma del sistema dei medici di base e la discussione per il riconoscimento di forme di autonomia differenziata».


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