Lavoro e professione

Camici bianchi, i dati Fnom certificano l’avanzata delle donne ma anche il gap nelle specialità. Nelle Regioni «sorpasso» solo in Sardegna

di Barbara Gobbi

Il sorpasso definitivo non è ancora avvenuto ma sembra ormai prossimo: dei 424.034 medici registrati dalle iscrizioni alla Fnomceo, 208.614 sono uomini, 154.007 donne. La spia di una professione sempre più femminilizzata, sono i dati per fascia d’età: la forbice è enorme dai 60 anni in su - tra gli over 75, 17.018 sono i maschi e solo 2.509 le donne, ma già gli over 60 sono il doppio delle loro colleghe - quasi si annulla tra i 50 e i 54 anni e si inverte tra le coorti più giovan. Tra i 30 e i 49 anni, i camici bianchi al femminile sono la prevalenza. E l’“onda rosa”, per usare un’espressione abusata ma efficace, con il passare degli anni invaderà tutte le fasce d’età. Mentre il sorpasso non è ancora avvenuto, in nessuna fascia, per gli odontoiatri.
A certificare un cambiamento di genere e probabilmente anche di conseguente approccio alla professione sono gli ultimi dati (dicembre 2016) prodotti dal Centro studi della Fnomceo, la Federazione nazionale dei ordini dei medici e degli odontoiatri. Che in pochi numeri racconta di un Paese che si modifica, anche in una delle professioni più impegnative e fisiologicamente, per come è organizzata la nostra società, meno conciliabile con gli impegni quotidiani delle donne.
I numeri regionali riflettono però, con diverse velocità, il ritratto di un Paese che - lentamente - cambia. Forse a sorpresa, l’unica realtà dove il “sorpasso” delle donne medico c’è già stato è la Sardegna: 6.286 le iscritte alla Fnom, contro i 5.801 uomini. Sul versante opposto, con un divario tra i generei ancora molto, la Campania (23.830 iscritti e 12.191 iscritte), il Molise (1.234 maschi e 885 femmine), la Calabria (8.407 medici e 5.639 dottoresse iscritte) e la Puglia. Che non solo registra quasi 14mila iscritti rispetto a 8.693 dottoresse: gli Omceo della Regione anche in occasione dell’8 marzo rilancia l’allarme sicurezza, per il continuo ripetersi gli episodi di violenza che coinvolgono medici della continuità assistenziale o del pronto soccorso. I dati confermano che sono i medici donne le principali vittime di questa “mattanza”.

È nella scelta delle discipline che si rispecchia ancora un approccio di genere: la cardiologia, le chirurgie, la medicina legale, l’ortopedia e l’urologia, per fare gli esempi più evidenti, sono specializzazioni ancora prettamente maschili. Mentre in neuropsichiatria infantile e in pediatria, certo non a caso, le donne medico si confermano prevalenti. Chissà che una riorganizzazione di tempi, spazi e gestione del lavoro, accompagnata da un’adeguata formazione culturale fin dai primi anni del corso di laurea, non apra davvero e finalmente alle dottoresse le porte di tutta la scienza medica.


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