Medicina e ricerca

Embolia polmonare: serve rete italiana per le terapie, interventi all’avanguardia solo nel 2% delle strutture

di Giovanni Esposito*

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24 Esclusivo per Sanità24

L’embolia polmonare è la terza emergenza cardiovascolare più frequente, dopo l’infarto miocardico e l’ictus, e in un caso su 5 è fatale entro appena 3 mesi dall’evento.
Si calcolano circa 1250 casi a settimana, quasi 180 al giorno: ogni anno oltre 65.000 italiani, spesso giovani ne sono vittime. Certo la mortalità è diminuita negli ultimi anni grazie agli avanzamenti della terapia, ma nel nostro Paese le tecniche più all’avanguardia non sono disponibili ovunque: accanto alla trombolisi, ovvero l’uso di farmaci specifici per ‘sciogliere’ il trombo che occlude il vaso polmonare provocando l’embolia, oggi si può rimuovere il coagulo di sangue con la trombectomia percutanea, un intervento mininvasivo che aiuta a risolvere i casi più seri e ad alto rischio ma che soltanto il 2% dei centri di emodinamica italiani è in grado di offrire.

La trombolisi serve dunque a sciogliere il trombo liberando il vaso ostruito; tuttavia in Italia circa 1.200 pazienti all’anno ad alto rischio possono andare incontro a pericolose emorragie con questo tipo di approccio e non si possono sottoporre a trombolisi. In alternativa il trombo può essere rimosso chirurgicamente, con un intervento che tuttavia è complesso e pochi centri sono in grado di eseguire.

La possibilità più all’avanguardia, che combina efficacia e sicurezza, è oggi la trombectomia per via percutanea: come nel caso dell’interventistica cardiologica si accede al circolo tramite catetere attraverso vasi periferici, per arrivare nella sede del trombo ed eliminarlo meccanicamente. I possibili candidati sono i pazienti a rischio intermedio-alto, stimati in almeno 10.000 all’anno nel nostro Paese, e i circa 1200 casi con controindicazioni alla trombolisi: in queste situazioni l’approccio transcatetere si è dimostrato efficace e se si interviene tempestivamente la mortalità può essere ridotta.

Per garantire l’accesso dei pazienti a questo tipo di procedure però devono essere superati ostacoli di ordine clinico e organizzativo. Serve infatti creare percorsi diagnostico-terapeutici specifici per la tromboembolia polmonare, la cui terapia richiede un approccio multidisciplinare vista la possibilità di intervenire con farmaci, chirurgia o con una procedura interventistica; soprattutto, serve realizzare una rete di centri che siano in grado di erogare tutte le terapie possibili per poter gestire ogni caso nel modo migliore. Oggi, solo il 2% dei centri di emodinamica italiani può offrire il trattamento transcatetere della tromboembolia polmonare: è fondamentale, invece, che ve ne sia almeno uno in ogni Regione.

*Presidente GISE - Direttore della UOC di Cardiologia, Emodinamica e UTIC dell’Azienda Ospedaliera Universitaria Federico II di Napoli


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