Aziende e regioni

La sanità come il Mezzogiorno: restino a casa i catastrofisti senza soluzioni e portiamo avanti la Riforma-quater

di Ettore Jorio

S
24 Esclusivo per Sanità24

Il Paese è afflitto da un grande male, che gli impedisce di andare avanti. Debito pubblico a parte e incapacità di risolvere il tema dell’esigibilità dei diritti fondamentali della persona, si privilegia un metodo fatto di inutile sadismo. Quello di impaurire la Nazione, che tuttavia lo è per suo conto da una sanità che non c’è. Lo si fa ponendo all’attenzione i saldi negativi, salvo poi proporre di incrementarli rivendicando maggiori finanziamenti economici da destinare a spesa corrente e non già proponendo riforme strutturali del sistema, attraverso appositi investimenti.
Responsabili di tutto questo sono i rendicontatori, molto di moda in questo periodo, che sono una cosa ben diversa dai propositori. I primi sono funzionali, nel consuntivare unicamente il disagio, a mettere il coltello nella piaga della società civile, assumendo il vecchio compito delle calcolatrici delle quali si farebbe francamente a meno. I secondi sono invece divenuti una rarità. Sarebbero i professionisti delle soluzioni e, in quanto tali, difficili da formarsi, stante le diverse opzioni in campo, tutte condizionate però dai voleri della politica, che ama più perseverare negli errori che evitarli, salvo affannarsi di promesse.
Insomma è arrivato il momento di abbandonare i rendiconti nell’ottica di default e passare ai bilanci di previsione verosimilmente realizzabili nel breve e nel medio periodo. Evitando di mantenere il sistema che va male perché molto più funzionale alle esigenze dei decisori di turno, che vi nuotano bene nella gestione del disagio. Quel ceto che promette, investe, accontenta gli amici, conduce le procedure di assegnazione degli incarichi e degli appalti all’insegna del fare, comunque.
La sanità è il banco di prova privilegiato di tutto questo. Oggi è aggredita dai rendicontatori – un po’ come se fossero i telecronisti del dramma - che recitano saldi negativi ma senza farli seguire ovvero convivere con alcuna proposta: meno quattrini di ieri (e non è vero sul piano quantitativo); pochissime risorse in più rispetto all’impatto inflattivo (vero per l’anno in corso che sembra viaggiare, secondo quel Def privo tuttavia di numeri, quanto a spesa reale al di sotto del 6.2%, a fronte della voce ’altro welfare’ a – 15 rispetto al 2021); % in meno qui e lì, da fare rabbrividire quel sud sempre titolare dei record dei disagi, spesso vitali; migrazione su terra, dal sud al nord, in cerca di un porto sicuro per curarsi. Queste sono le maggiori passioni argomentative - in parte concrete - dei rendicontatori, una specializzazione molto di moda nell’informazione che fa bestemmiare il Paese che ascolta e guarda la tv e legge (poco) i giornali. Tutto questo avviene, peraltro, senza che nessuno approcci alla benché minima soluzione. Palla avanti e via senza costruire il gioco che l’art. 32 della Costituzione pretende in pendant con il 117, comma 2, lett. m): i Lea a tutti e ovunque.
Ciò accade solo in ambito sanitario? Affatto. Uno dei temi, trattato allo stesso modo e livello, è il Mezzogiorno, ove i rendicontatori delle catastrofi (vere), finanziati dallo Stato, non affrontano da decenni il tema della svolta, soprattutto quello di come realizzarla. In tutto questo si registrano sviste paradossali. Tanti gli esempi di bersagli mancati. Con questo si arriva a difendere lo status quo legislativo, mettendosi di traverso anche all’attuazione della Costituzione, in carrozzella da invalida da 23 anni. Con questo, ed è l’assurdo, si dichiara che vanno (ironicamente) bene quindi le regole che assicurano oggi la sanità, l’assistenza sociale, la scuola, i trasporti pubblici locali di cui la Nazione gode. Così come vanno bene (sempre ironicamente) le reti fognarie e idriche non influenzate dal Pnrr, lasciando perdurare mari inquinati e tubazioni colabrodo. Vanno bene (sempre di più ironicamente) i comuni del sud tutti in mezzo alla strada a chiedere “elemosina” allo Stato e sacrifici da sangue ai cittadini tra un dissesto e una procedura di riequilibrio finanziario pluriennale, molte della quali messe su per evitare dissesti e conseguenti responsabilità per avere gestito la res pubblica locale alla sans façon.
Venendo alla assistenza sociosanitaria. Nel mentre si fanno i raffronti tra risorse del Fondo sanitario nazionale/inflazione rapportando il tutto ad una equazione (molto) generica, si confondono le risorse statali destinate agli esercizi economici con quelle vincolate per investimenti. Su tutto non una parola sulla exit strategy del Fsn e della spesa storica con le new entry, rispettivamente, del Fabbisogno standard nazionale e dei costi standard nonché della perequazione posta a garanzia dei Lea ovunque.
Così facendo, ci si comporta – quanto a sostegno della parte economica - come se non esistesse la Costituzione (artt. 117, comma 2, lett. m, 119, commi 2-4), la legge delega 42/2009 e il Dlgs 68/2011. Per la parte in conto investimenti - poco criticata rispetto alle porzioni omeopatiche assegnate al riguardo dal Pnrr confidando sul solito art. 20 della legge 67/88 evanescente nel processo di cambiamento strutturale del Ssn - si fa uguale. Ci si dimentica della Costituzione (art. 119, comma 5), della legge 42/2009, del decreto delegato n. 88/2011, ma soprattutto dell’occasione mancata del Pnrr per generare ricchezza strutturale diffusa all’assistenza alla persona.
Alla sanità occorre altro. Stiano a casa i catastrofisti per contratto e la politica che ama non costruire, limitandosi a promettere in progress ma senza mantenere quanto anticipato il giorno prima. Dentro la programmazione della svolta, ma come Iddio comanda. Si trasformino le idee di assistenza territoriale mai messe a terra in offerta concreta e si pensi a quella ospedaliera, della quale dovrebbe esserci un domani (ce lo auguriamo tutti) meno bisogno, con anziani e cronici curati a casa ovvero, nell’insufficienza dell’Adi, in prossimità di essa. E perché no, non pensare a una riforma quater? Nobiliterebbe l’attuale ministro!
In tutto questo occorrerebbe anche l’intervento e il supporto dei vescovi.


© RIPRODUZIONE RISERVATA