Lavoro e professione

Tumori/ Umanizzazione delle cure, in Italia poca formazione. Cipomo: Non solo farmaci per i pazienti: ecco la nostra scuola

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Nel nostro Paese i medici e gli infermieri vengono formati poco o nulla all’umanizzazione delle cure. Eppure, numerosi studi hanno mostrato che cure più orientate alla persona possono fare la differenza nella vita di un paziente con il cancro. Dopo la diagnosi, la maggioranza dei pazienti sviluppa ansia e depressione. Basterebbe aumentare gli interventi psico-sociali nei reparti di oncologia per ridurre significativamente il “distress” (lo stress negativo) dei pazienti. In Italia la maggioranza degli operatori sanitari non ha ricevuto formazione specifica per incrementare quelle competenze che consentono cure più umanizzate. Su una scala da 0 a 10, la formazione dei medici sulla comunicazione clinica e/o sulla relazione di aiuto arriva a un punteggio di 2,75, con ricadute negative maggiori su patologie complesse come il cancro (dati Agenas 2022). Con l’intento di colmare questa lacuna Cipomo ha realizzato la scuola “Humanities in Oncology”, prima in Italia e una delle prime in Europa rivolta ai medici oncologi a creare una connessione tra l’oncologia, le scienze umane applicate in medicina e l’addestramento alla comunicazione. Si tratta di un programma articolato che partirà con un corso residenziale a Piacenza il 1° marzo e proseguirà con altre iniziative distribuite sul territorio nazionale (corsi FAD, workshop tematici, corsi itineranti). Il progetto è stato lanciato il 28 febbraio nell’aula Benedetto XVI presso il Collegio Teutonico della Città del Vaticano.
«In questa fase di grande sviluppo scientifico e tecnologico, c’è un’enorme domanda di guarigione attorno a noi, che spesso si sviluppa lontanissima dalla tradizione cristiana – spiega S.E. Mons. Vincenzo Paglia, presidente della Pontificia Accademia per la Vita –. Molte persone oggi vanno alla ricerca di pratiche magiche, occulte, miracolistiche, astrologiche. Credo che questa affannosa ricerca di protezione, sicurezza e guarigione sia una domanda che spesso non trova ascolto. La domanda di guarigione, anche se spesso è mal posta, non è altro che una grande domanda d’amore. E dobbiamo rispondere. Pertanto, incoraggio il Cipomo a proseguire sulla strada intrapresa con questa iniziativa».
«La nostra scuola punta a favorire quell’insieme di competenze comunicative relazionali e umane necessarie nella professione dell’oncologo – spiega Luisa Fioretto, Presidente Cipomo, Socio fondatore della Scuola, Direttore del Dipartimento Oncologico dell’Azienda Sanitaria Toscana Centro. Sono competenze che restano spesso al di fuori dei normali percorsi formativi universitari e post-universitari. In un’ottica di formazione continua la Scuola potrà rappresentare uno spazio di crescita per tutti gli oncologi interessati a percorsi specialistici post-universitari nell’ambito della comunicazione e delle medical humanities».
Per umanizzazione delle cure s’intende quel processo in cui si deve porre il malato al centro della cura. «Questo concetto segna il passaggio da una concezione del malato come mero portatore di una patologia ad una concezione del malato come persona, con i suoi sentimenti, le sue conoscenze, le sue credenze rispetto al proprio stato di salute – continua la presidente Fioretto –. In questo contesto il processo di umanizzazione consiste nel ricondurre al centro l’uomo con la sua esperienza di malattia e i suoi vissuti».
Il tema dell’umanizzazione del servizio al malato è stato inserito per la prima volta nel Patto per la Salute 2014-2016 dal Ministero della Salute e da Agenas. Nel documento l’umanizzazione viene definita come impegno a rendere i luoghi di assistenza e i programmi di diagnosi e terapia orientati quanto più possibile alla ‘persona’ considerata nella sua interezza fisica, sociale e psicologica. «Nonostante i notevoli progressi sia in campo di diagnosi che di terapia antitumorale, che permettono di guarire percentuali sempre più elevate di pazienti, vorrei ricordare ciò che scrive Dan Longo (vicedirettore del New England Journal of Medicine e professore alla Harvard Medical School) – aggiunge Luigi Cavanna, past president e socio fondatore della scuola Cipomo –: “I pazienti vivono la diagnosi di cancro come uno degli eventi più traumatici e sconvolgenti che abbiano mai affrontato. A prescindere dalla prognosi, la diagnosi comporta un cambiamento dell’immagine di sé e del proprio ruolo sia nella famiglia, sia nel lavoro”. Per questo è fondamentale trasmettere al malato che non sarà solo ad affrontare la malattia, ma avrà accanto medici ed infermieri, non solo con competenze tecniche ma anche con umana comprensione, vicinanza e gentilezza». «Per questo quando la persona si confronta con una diagnosi di cancro umanizzare i suoi percorsi diagnostici terapeutici ed i suoi luoghi di assistenza – sottolinea Alberto Scanni, presidente emerito e socio fondatore della scuola Cipomo – assume carattere strategico, sia a favore del paziente riguardo la qualità delle cure ricevute e percepite, sia a favore dei sanitari riguardo all’esperienza professionale vissuta».
A vincere sono tutti. «Numerosi studi hanno mostrato che gli effetti di una comunicazione medico-paziente sono maggiormente di appoggio all’efficacia maggiore delle terapie e a un miglioramento della qualità della vita del paziente». La capacità di umanizzazione delle cure non dipende dalla sensibilità del singolo medico, ma è un’abilità che, secondo Cipomo, può e deve essere appresa. «Gestire una relazione complessa come quella medico-paziente richiede numerose competenze che devono essere integrate – precisa la presidente Fioretto, non basta un’istintiva capacità di accudire, né una generale empatia. Serve saper ‘allenare’ queste competenze». «È dunque pressante – conclude Mons. Renzo Pegoraro, Cancelliere della Pontificia Accademia per la Vita – la necessità di collegare le nostre specializzazioni mediche con le indicazioni della psicologia e senza tralasciare un’attenzione alle dimensioni spirituali delle persone, alle loro domande sulla richiesta di senso della vita, che emergono in modo nuovo quando si è in un percorso di malattia e di cura».
Il corso. Il primo corso è composto da 3 moduli, per un totale di 37 ore di formazione per le quali verranno riconosciuti 50 crediti Ecm. L’obiettivo formativo di questo primo corso è quello di favorire la consapevolezza e l’elaborazione dei vissuti personali nella professione di medico oncologo; lo sviluppo di competenze comunicative e relazionali nella gestione di pazienti e familiari; lo sviluppo di competenze comunicative e relazionali nel rapporto con i colleghi.


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