Medicina e ricerca

Covid: la paura del contagio ha ridotto gli studi clinici del 35%

di Alessandra Ferretti

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Il protrarsi dell'emergenza sanitaria da Covid-19 mette a dura prova la ricerca clinica, anche se l'Italia si dimostra più virtuosa di altri paesi, e quella di laboratorio. È il messaggio uscito dal quinto Congresso internazionale "Clinical Needs and Translational Research in Oncology", organizzato in modalità webinar sotto la direzione di Carmine Pinto, direttore della Struttura complessa di Oncologia medica all'Ausl - Irccs di Reggio Emilia e presidente della Federation of Italian Cooperative Oncology Groups (Ficog).

Un recente articolo pubblicato su JAMA Oncology (Unger et al., COVID-19 Outbreak and Enrollment in Cancer Clinical Trials, 1 giugno 2020) mostra una riduzione progressiva dell'arruolamento dei trial nel periodo Covid negli Stati Uniti, man mano che aumentava il contagio legato alla malattia, con una maggiore incidenza di tale riduzione sugli studi che riguardavano il controllo del cancro e la prevenzione. I motivi principali dell'abbattimento dell'arruolamento dei trial sono stati anzitutto il timore di esporsi al Covid-19 (70%) e la difficoltà di accedere alle cure "normali" ovvero non sperimentali (19%).

Per quanto riguarda l'Italia, proprio Ficog ha svolto un'indagine su 52 Centri Oncologici di Ricerca, dove ha riscontrato, come illustrato da Carmine Pinto, "una riduzione del 35% degli studi clinici, un aumento dell'attività telematica da parte dei comitati etici (92%) e la necessità di valutare dei cambiamenti nell'informazione e comunicazione con i pazienti (65%)".

Ma tre sono gli aspetti di criticità emersi dall'indagine. "Primo, la gestione della migrazione dei pazienti soprattutto tra i diversi centri e maggiormente tra Nord e Sud del paese (77%) può arrivare a rappresentare una problematica rilevante", ha proseguito il presidente della Federazione. "Anche per questo, l'organizzazione in rete dei centri di ricerca può rappresentare sempre di più un passaggio fondamentale (92%). Infine, tra i centri oncologici serpeggia un fondato timore di non avere disponibilità di risorse per proseguire gli studi clinici (62%)".

Uno studio effettuato dal 9 aprile al 1 giugno 2020 da una grande istituzione come il Massachusetts General Hospital su 1.300 pazienti al proprio interno screenati in 11 trial clinici (Improving Clinical Trial Enrollment — In the Covid-19 Era and Beyond, in: New England Journal of Medicine, 15 luglio 2020) segnala una riduzione pari al 4% di pazienti arruolati. "Probabilmente in Italia siamo stati un po' più virtuosi", puntualizza ancora Pinto. "In seguito al Dpcm di marzo 2020, l'Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) ha valutato circa 144 trial nel momento di massima esposizione al virus con un'approvazione di circa il 30% (Addis et al., Promoting Better Clinical Trials and Drug Information as Public Health Interventions for the COVID-19 Emergency in Italy, in: Annals of Internal Medicine, 20 ottobre 2020, ndr). Ma siamo stati virtuosi anche nel proseguimento degli studi, facendo gruppo e ricerca. Citando un esempio, si veda lo "Studio per l'utilizzo del Tocilizumab nella malattia da Covid-19" firmato AIFA e Istituto per lo studio e la cura dei tumori di Napoli. Ancora, abbiamo potuto beneficiare di una cospicua regolamentazione (documenti firmati AIFA, EMA e Ministero della Salute), che ci ha permesso di gestire gli studi. La stessa Ficog ha prodotto un importante documento che spiegava come lavorare per continuare a produrre gli studi clinici (Indicazioni in merito alla gestione degli studi clinici interventistici con farmaci in corso dell'attuale emergenza da Covid-19). Ecco, queste sono le basi da cui ripartire per gestire l'emergenza".

Dal congresso sono emerse chiare priorità. Primo, definire e condividere una strategia per obiettivi scientifici e di sanità pubblica. Secondo, superare sovrapposizioni di studi per stessi target e popolazioni di pazienti. Terzo, disporre di fondi condivisi su strategie altrettanto condivise ed evitare sovrapposizioni di studi per stesse categorie di popolazioni di pazienti.

"Dobbiamo favorire l'accesso ai trial controllati randomizzati sull'intero territorio nazionale – ha concluso Pinto -, inoltre evitare limiti geografici legati ai pazienti e soprattutto riflettere sulla possibilità di accesso delle fragilità cliniche, sociali e di provenienza. Non ultimo, si rende necessario disporre di un programma e di una rete nazionale per la ricerca e per la clinica in oncologia e soprattutto di un tavolo che coinvolga il pubblico e il privato in un unico, grande progetto".

E proprio sul tema delle reti si è soffermato anche Giordano Beretta, direttore dell'Unità operativa complessa di Oncologia Medica all'Ospedale Humanitas Gavazzeni di Bergamo e presidente dell'Associazione Italiana di Oncologia Medica (Aiom). "La rete fondamentale è quella che dà un punto di accesso al paziente, che gli consente di essere riferito alla struttura migliore per il suo problema, ma con una cabina di regia che sia vicina al suo domicilio, e la possibilità di tornare a fare presso il proprio domicilio quello che lì può essere fatto. La stessa rete deve essere dotata di strutture di eccellenza e strutture periferiche. L'ultimo elemento è quello col territorio, che è manchevole da tante parti. Ecco perché un modello che riunisca tutte queste caratteristiche possiamo dire che ancora non esista in alcuna regione italiana".
Ha proseguito Beretta: "Il primo passo è definire cosa sia realmente attivo in una rete e quali siano le caratteristiche fondamentali per costruire tale rete. Per arrivare poi all'obiettivo ultimo che consiste nella costituzione di una "rete delle reti" ovvero di un sistema nazionale che le coordini tutte".
"Quello che si sta cercando di fare in oncologia – ha riferito Massimo Dominici, direttore della Struttura Complessa di Oncologia dell'Azienda Ospedaliero-Universitaria di Modena e professore all'Università degli di Studi di Modena e Reggio Emilia - è anche mutuare conoscenze che magari erano nate in campo oncologico per identificare nuovi farmaci per il Covid-19".
Un esempio è rappresentato dal gene PTEN, un oncosoppressore che partecipa alla regolazione del ciclo cellulare e la cui disattivazione è collegata al manifestarsi di diverse forme tumorali. Pier Paolo Pandolfi, direttore dell'Institute of Cancer at Renown Health e professore all'Università degli Studi di Torino, intervenuto al congresso con una lecture, lo sta studiando come meccanismo di potenziale cura per il Covid-19.
"Ma il fatto di mettere a disposizione tutte le nostre conoscenze per trovare soluzioni anche per l'emergenza in corso non significa che la ricerca in oncologia si sia fermata, al contrario", puntualizza Dominici. "Tuttavia permane e si aggrava il problema legato alle risorse, molte delle quali sono state orientate verso la cura del Covid-19. Ci auguriamo che questa situazione sia transitoria, altrimenti il prezzo da pagare sarà quello di trovarci, una volta chiusa l'emergenza Covid, ad un punto fermo in oncologia, cosa che non possiamo assolutamente permetterci".
La pandemia ha creato ritardi anche sul fronte della ricerca di laboratorio. Secondo una ricerca condotta dalla Società Italiana di Cancerologia (Sic) tra il 5 e il 27 maggio scorso, durante il lockdown in Italia le attività di ricerca scientifica oncologica si sono ridotte nel 93,5% dei casi, con una sospensione totale delle attività di ricerca in presenza per il 48% e parziale nel 36%. "Un arresto del lavoro di ricerca anche "solo" di pochi mesi – commenta Nicola Normanno, direttore del Dipartimento di Ricerca Traslazionale dell'Istituto Nazionale Tumori Irccs Fondazione Pascale di Napoli e presidente della Sic - rischia di comportare un ritardo in termini di scoperta scientifica fino a due anni. Nel complesso si è ridotto l'intero sistema di ricerca sul cancro, che pagheremo con le mancate scoperte, proprio quelle che permettono di ridurre la mortalità".


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