Medicina e ricerca

Antidepressivi anche antinfiammatori, un’arma in più contro il Covid-19

di Matteo Balestrieri * e Claudio Mencacci **

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24 Esclusivo per Sanità24

Due ampi studi internazionali appena pubblicati su Jama Network Open e The Lancet Global Health hanno dimostrato che gli inibitori selettivi della ricaptazione di serotonina o SSRI possono proteggere, almeno in parte, dalle conseguenze più gravi del contagio da Sars-CoV-2, come mortalità e ricoveri. I due studi hanno indagato soprattutto gli effetti di due principi attivi, fluoxetina e fluvoxetina, i più diffusi, ed entrambi si sono rivelati in grado di ridurre fino al 28% la mortalità in pazienti con depressione e Covid-19. Fluvoxetina è stata addirittura sperimentata come terapia anti-Covid in pazienti contagiati ma senza la patologia psichiatrica, mostrando una diminuzione del 30% del rischio di ricoveri in ospedale. Il ‘segreto’ di questi antidepressivi potrebbe celarsi nella loro capacità antinfiammatoria: l’uso di SSRI si associa a un calo significativo di marcatori infiammatori a livello sia cerebrale sia periferico e ciò potrebbe impedire la comparsa della ‘tempesta citochinica’ che è associata a un decorso più grave dell’infezione. Inoltre, per alcuni antidepressivi potrebbero esistere anche effetti antivirali diretti. Gli SSRI potrebbero addirittura diventare una terapia per il Covid-19 anche in chi non ha una diagnosi di depressione.
Questi dati, che abbiamo iniziato ad analizzare durante il nostro recente congresso, sono davvero molto importanti, prima di tutto perché le persone con depressione devono essere considerate soggetti fragili, se contagiati da Sars-CoV-2: sappiamo che i pazienti con disagio psichico hanno un rischio più elevato di andare incontro a esiti peggiori e anche a mortalità in caso di infezione.
I dati di Jama Network Open mostrano che a confronto con persone dalle stesse caratteristiche non trattate con antidepressivi il rischio relativo di decesso è inferiore del 24-28%. Un dato che dimostra una volta di più quanto sia importante la terapia della patologia psichiatrica, che oggi si scopre avere anche una ‘marcia in più’: l’incremento dell’impiego di antidepressivi che si sta registrando, in parte legato all’aumento assai rilevante di diagnosi di depressione dall’inizio della pandemia a oggi, potrebbe perciò non essere solo una cattiva notizia: è essenziale riconoscere e trattare in maniera adeguata i pazienti con depressione, perché le cure possono anche proteggerli dalle conseguenze gravi dell’infezione. I dati di The Lancet Global Health hanno dimostrato che fluvoxamina ha ridotto del 30% il rischio di ricovero, con un effetto talmente positivo da portare alla sospensione anticipata della sperimentazione.
Nel dettaglio, si è visto che nei pazienti con depressione questi farmaci riducono i livelli di citochine pro-infiammatorie come l’interleuchina 4, l’interleuchina 6 e l’interleuchina 10, sia a livello plasmatico che nel cervello: l’effetto potrebbe avere una ripercussione positiva nelle persone infettate da SARS-CoV-2 perché potrebbe ridurre il rischio della ‘tempesta citochinica’ responsabile dell’aggravamento delle condizioni dei pazienti e dei danni d’organo che portano al decesso. Esiste anche l’ipotesi che gli SSRI abbiano un’azione antivirale diretta, ma al di là dei meccanismi alla base del fenomeno questi dati confermano l’importanza di trattare in maniera adeguata i pazienti con depressione, ancora di più in pandemia: le persone con un disturbo depressivo hanno un rischio più elevato di ammalarsi di Covid-19 e una probabilità maggiore di esiti negativi una volta contagiati, perciò una corretta diagnosi e ancor più una corretta terapia sono oggi imprescindibili dando la preferenza, laddove possibile, agli SSRI.

* Co-presidente della Società Italiana di NeuroPsicoFarmacologiaProfessore ordinario di Psichiatria all’Università di Udine
** Co-presidente della Società Italiana di NeuroPsicoFarmacologiaDirettore emerito di neuroscienze e salute mentale all’ASST Fatebenefratelli-Sacco di Milano


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