Imprese e mercato

Ddl Concorrenza, trascurati i problemi della sanità

di Barbara Cittadini *

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24 Esclusivo per Sanità24

Mentre ci si interroga, correttamente, sulla durata delle concessioni balneari, per le quali nel ddl Concorrenza viene chiesta una proroga di 5 anni, si trascurano i problemi della sanità e si mettono a rischio gli investimenti indispensabili per garantire qualità di prestazioni e servizi. È uno dei paradossi più assurdi con i quali ci dobbiamo confrontare. Un paradosso inaccettabile. La riformulazione dell’articolo 13 del ddl Concorrenza demanda la definizione di tutte le modalità dell’attività di controllo, vigilanza e monitoraggio delle strutture, ai fini di accreditamento e contrattualizzazione, a decreti del ministero, da emanare entro 90 giorni. Questo, oltre tutto, senza prevedere il coinvolgimento delle associazioni più rappresentative del comparto di riferimento nella fase istruttoria di adozione degli stessi decreti. È poi prevista una revisione periodica il cui arco temporale non è definito, lì dove la programmazione in sanità è fondamentale.
Cosa trarre da questa situazione? La risposta è semplice e amara. La verità è che la complessità e l’importanza del sistema sanitario sono sottovalutate: non si tiene abbastanza in considerazione, infatti, la necessità di una programmazione di lungo periodo sia per quanto attiene le risorse tecnologiche, sia per quanto concerne quelle umane.
Le previsioni del ddl Concorrenza, tra l’altro, non risultano conformi al diritto europeo, dal momento che il mercato dei servizi sanitari viene escluso dalla Direttiva europea Bolkestein e dalla Direttiva Concessioni.
Esiste, pertanto, il rischio concreto di una fuga all’estero degli investitori della sanità italiana. Il ddl Concorrenza interviene, infatti, con l’articolo 13, sulla disciplina di accreditamento e convenzionamento delle strutture di diritto privato, con l’effetto di promuovere la concorrenza tra i soli erogatori di diritto privato e non, anche, tra quelli di diritto pubblico. Come è evidente, Aiop, in questa situazione, si è attivata con argomentazioni a nostro avviso condivisibili. Abbiamo infatti chiesto di armonizzare il sistema di revisione al quadro normativo vigente e di superare la logica anacronistica e irrazionale dei tetti di spesa. Al momento, senza successo. Ma non per questo rinunciamo nel nostro compito di difesa di diritti legittimi. Una cosa è certa: mettere sullo stesso piano le strutture di diritto pubblico e quelle di diritto privato e far concorrere entrambe nell’ambito delle procedure selettive per l’individuazione degli accordi regionali è l’unica strada percorribile per dare una prospettiva futura di rilancio al settore. Non solo. Per stimolare una vera concorrenza occorre anche superare i tetti di spesa di cui all’articolo 15, comma 14, del decreto legge 6 luglio 2012, n. 95, espressione della spending review, che il Governo Monti ha adottato per fronteggiare la recessione degli anni 2007-2013.
Il dl 95, norma emergenziale, ha bloccato a tempo indeterminato la possibilità di erogare servizi al di là di quanto è avvenuto nel 2011, prevedendo un limite massimo all’acquisto di prestazioni sanitarie di assistenza ambulatoriale ed ospedaliera da soggetti di diritto privato del Ssn. Questa norma ha assunto carattere strutturale, bloccando sine die la possibilità di utilizzare la potenzialità di una delle due componenti del Ssn per migliorare i sistemi sanitari regionali. Questa stessa norma solleva, inoltre, interrogativi sulla sua legittimità costituzionale.
L’abrogazione del vincolo posto dal dl 95 permetterebbe, infatti, alle Regioni di dare una risposta puntuale, efficace ed efficiente alla domanda di salute dei propri territori, riducendo le liste d’attesa, la mobilità sanitaria passiva e intervenendo sul drammatico fenomeno della rinuncia alle cure, e di definire e gestire, contestualmente, i limiti di spesa.
La necessità di una maggiore consapevolezza dei problemi in campo sanitario emerge, poi, dall’analisi del Def 2022, dal quale si evince una nuova riduzione della spesa in termini di Pil, che nel 2025 sarà indicativamente al 6,2%, un valore inferiore a quello del 2019.
Dopo un incremento di risorse stanziate per far fronte alla pandemia, si fa strada così un’inversione di tendenza a partire dal 2023: si passa dai 131,7 miliardi del 2022 ai 129,5 del 2025. Siamo partiti nel 2020 dal 7,5% del Pil, arriviamo al 6,6% stimato per il 2023, fino a giungere appunto al 6,2% previsto per il 2025.
È, evidentemente, qualcosa che non possiamo accettare, non solo in quanto operatori di un
comparto essenziale per il Paese ma come italiani.

* Presidente Associazione italiana ospedalità privata (Aiop)


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