Lavoro e professione

Per le specializzazioni programmazione pluriennale e «modello spagnolo»

di Davide Renzi (vice coordinatore nazionale Smi Formazione e Prospettive) Dafne Pisani (coordinatrice Smi Formazione e Prospettive Regione Basilicata)

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24 Esclusivo per Sanità24

Sembra un disco rotto, che ripete lo stesso tormentone, reiteramente, eppure il quadro è chiaro: l’età media dei camici bianchi italiani è di 50 anni e non mancano le previsioni sui prossimi pensionamenti, in pochi anni nei nostri ospedali mancheranno 15-20.000 medici. Tutto questo è frutto di una mancata programmazione. Da sempre i medici evidenziano il problema, tuttavia cambiano i ministri e i governi, ma ogni anno il nodo di una seria definizione delle specializzazioni mediche si ripropone. Sembra un mercato delle vacche: 5.000 borse? Forse qualcuna in meno, o qualcuna in più e, alla fine della fiera, quella di quest’anno, il ministro Lorenzin ha firmato il decreto: saranno 6.000.

Sono anni che ci chiediamo perché non si riesce a uscire dalla logica del “giorno per giorno”. Di fatto il combinato disposto dato dal numero chiuso all’università e, quindi, dalla previsione di laureati, insieme al flusso di medici in uscita dal mondo del lavoro per la pensione, dovrebbe consentire di individuare a priori le aree di maggior richiesta di specialisti. Dovrebbe permettere una programmazione pluriennale, anche considerando l’immissione delle migliaia di professionalità ora relegate nel limbo del precariato.
Invece, assistiamo a una carenza endemica di medici in formazione specialistica negli ospedali e una massa consistente che non rientra nei bandi e che pur di non perdere anni, emigra, per continuare la formazione, altri che accettano borse di studio in scuole di specializzazione verso cui non hanno interesse pur di specializzarsi, e alcuni che, purtroppo, si arrendono non credendo più nella possibilità di avere un futuro nel Ssn.

Ogni anno, per come è concepito il percorso post lauream, circa 4.000 medici (o forse qualcuno di più), formatisi nelle Università italiane, devono essere esclusi dal percorso che li avvierà al lavoro nel Ssn. Un pesante paradosso, anche perché è una grave perdita economica per il Paese, se si considera il costo a carico delle famiglie ma anche dello Stato.
Ogni giovane che va all’estero o che rinuncia alla professione medica è un danno per l’Italia che ha investito, senza alcun ritorno, nella sua formazione.
Quindi, riepilogando: si avvii un tavolo con sindacati, università e regioni per una programmazione pluriennale, considerando i pensionamenti. Si incrementi, quindi, il numero di borse, qualificandole, e si indirizzino per area secondo la domanda che viene da ospedali e territorio. Attualmente, abbiamo carenza di professionisti in alcune aree e disoccupazione in altre. La mancanza di programmazione comporta anche errori nella ripartizione delle borse, con assoluta carenza di alcuni professionisti in alcune specialità mediche. Si immettano gradualmente, fino ad esaurimento i precari, che operano nei nostri ospedali per frenare l’emorragia ed evitare il collasso del sistema che indica da qui a dieci anni, andare in pensione fino al 40% dei medici che attualmente lavorano nel Ssn.
Si ripensi intanto il concorso nazionale di specializzazione. Proponiamo il sistema spagnolo, rapido, efficiente e chiaro nell’assegnazione. L’ultimo concorso italiano ha, infatti, confermato criticità e aumentato la sfiducia: pochi controlli durante lo svolgimento delle prove, mesi di attesa per scorrimenti troppo lenti, numerose le irregolarità denunciate che hanno reso il concorso facilmente vulnerabile, lo dimostrano i ricorsi al Tar e al Consiglio di Stato sempre più frequenti e determinanti che affollano le scrivanie degli avvocati.

Infine, facendo un appello al premier Renzi e al ministro Lorenzin: #labuonasanità si costruisce a partire dall’università e dalla formazione post laurea, non è in gioco solo il destino professionale di migliaia di medici, ma anche la risposta alla domanda di salute di tutti i cittadini, come pazienti e fruitori dei servizi sanitari.
Smi Formazione e Prospettive non chiede solo numericamente borse di specializzazione adeguate ma una seria e necessaria programmazione per il bene del Ssn.


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