Sentenze

Cure sul territorio/ Per riparare agli errori d'avvio del Pnrr servono soldi e volontà politica. E la "nuova" Medicina generale modello Schillaci

di Ettore Jorio *

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24 Esclusivo per Sanità24

No, alle cattedrali nel deserto. No, a perdere terreno politico sulla sanità. No, alla paura di cambiare le regole che non vanno. Sono tre imperativi della presidente Giorgia Meloni. Sono tre temi sui quali è impegnato il Governo, con il ministro Schillaci in prima persona (si veda Sanità24 del 5 giugno ).
Sono tante, troppe le difficoltà a mettere a terra le Case di comunità, gli Ospedali di comunità e le Cot. Sono pochi i quattrini (tre miliardi) per realizzali. Mancano del tutto quelli necessari per riempirli di personale, peraltro difficile da reclutare, di attrezzature e della tecnologia per la medicina a distanza, la telemedicina.
A monte di questo occorre tuttavia correggere i soliti errori di ipotesi che si fanno abitualmente nelle spartizioni di ricchezze europee.
Con la disponibilità di 15,63 miliardi sulla Missione 6 sulla Sanità si è cominciato a pensare alla grande e male. Si sono idealizzate Case della comunità distribuite sul territorio senza rilevazione del fabbisogno necessario, si è fatto altrettanto con gli Ospedali di comunità con l’aggravante di prevederli (ahinoi) separati dalla Case di comunità impedendo così quella naturale continuità assistenziale fisica che sarebbe occorsa all’utenza non bisognosa di ricovero, di essere assistita sotto l’occhio vigile del proprio medico curante.
Ma si sa, in Italia si fa uso di tutto per distribuire quattrini e strutture con l’intento di utilizzarli politicamente. Un po’ qui e un po’ lì: è la triste regola che disunisce persino l’inseparabile funzionalmente.
Ebbene, a fronte di tutto questo - non avendo qui alcuna preoccupazione di affermare che anche il Governo presieduto da quel mostro sacro che è Mario Draghi, ha fatto le cose male così come i precedenti - necessita correggere il tiro. Pena la continuazione del disastro dal quale in troppi si distraggono da decenni, dell’assenza di salute sul territorio, della rete ospedaliera che fa acqua da tutte le parti, della telemedicina che non c’è, della impreparazione ad accettare l’ingresso dell’intelligenza artificiale. Ma soprattutto, del guaio di non seguire le regole, finanche quelle fondamentali pretese dalla Costituzione.
Prima domanda: ci sono i soldi per farlo? Quelli del Pnrr, a oggi usati malissimo e con una lentezza che non ha uguali, non basteranno di certo. Basti pensare che per mettere in piedi 1.430 Case della comunità, 435 ospedali di comunità e 611 centrali operative territoriali – peraltro cresciute di numero rispetto alla previsione originaria – le risorse a essi destinate non saranno affatto sufficienti a metterli in piedi, con i requisiti strutturali richiesti per essere accreditati. Al riguardo, è facile immaginare di quanto dovrà essere incrementato il fondo sanitario (meglio, il Fabbisogno standard nazionale da determinarsi dal 2025 in poi con i criteri/formule del federalismo fiscale) per assicurare agli stessi il personale necessario e quanto altro occorrente, indispensabili per acquisire i requisiti minimi organizzativi e strumentali per conseguire l’accreditamento istituzionale. Peraltro, in un momento come questo nel quale c’è carenza assoluta di medici e di professionisti sanitari occorrenti.
Da qui, la necessità di “inventarsi" qualcosa che sia davvero funzionale per cambiare il mondo. Per stravolgere, costi quello che costi, l’attuale funzionamento sistemico del Ssn, tale da renderlo garante, ma davvero, del miglior prodotto dell’assistenza alla persona, ove essa nasce, vive, lavora e muore. Ovunque.
Ciò anche allo scopo, che se dovesse riaffacciarsi una aggressione pandemica, di poterla affrontarla certamente non peggio di come è successo nel gennaio/febbraio 2020 con il Covid, con le atroci conseguenze che sono facili ma terribili da immaginare.
Seconda domanda: c’è la volontà politica per portare avanti un siffatto percorso? Pare che il lavoro in tal senso sia già partito. Il ministro Schillaci, sembra, che vi sta mettendo mano. Sembra avere programmato - in concomitanza con la richiesta di rimpinguare i finanziamenti in conto capitale da destinare alle stesse strutture ex Dm 77 e di prevedere gli impegni occorrenti nei conti economici delle Regioni per assicurare il funzionamento a regime delle strutture territoriali - una mezza rivoluzione della medicina convenzionata. Medici di medicina generali e pediatri di libera scelta di nuova nomina non più in regime parasubordinato, bensì dipendenti delle aziende sanitarie con obblighi di servizio di 38/40 ore settimanali. Continuità assistenziale impegnata tutta nella assistenza domiciliare. Tutte e tre abilitati a disporre direttamente, nel caso di bisogno, il ricovero ospedaliero, senza passare dagli spesso infrequentabili pronto soccorsi.
A ben vedere, un sistema che a valle di tutto il ciclo assistenziale privilegerà gli stili di vita, le persone, la garanzia dell’assistenza istituzionalizzata sul territorio, la continuità assistenziale che rintraccia la casa come primo luogo di cura, la decisione condivisa tra paziente e medico di accedere al ricovero vigilato dal medesimo "medico di famiglia". Il tutto, in un regime di assoluta ed essenziale complementarietà con le farmacie, quale presidio fisso e fidelizzato, specie nei luoghi di periferia e montani, cui occorrerà affidare compiti assistenziali di diagnosi chimico-clinica e per immagini teleguidate nonché di supporto assistenziale.
Poi ci sarà da impegnarsi, sulla revisione dell’assistenza ospedaliera e la metodologia gestoria delle aziende sanitarie. Ma queste saranno altre cose.

* Università della Calabria


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